» » » » » » » » » » » Monday Night - Red Rebels, Pompey e Dons: quando i soldi non comprano la passione!


Di ritorno dai miei viaggi Oltremanica ho spesso,malinconicamente, raccontato di come alcuni club abbiano dovuto spudoratamente sacrificare la loro tradizione  pur di raggiungere determinati standard economici. D’altronde si sa, la Premier League è il campionato più ricco del mondo e per competere a certe latitudini è necessario allargare il panorama finanziario, anche scavalcando irrispettosamente il passato se necessario.

Ecco allora che l’Arsenal distrugge il suo piccolo gioiello su Avenell Road (quella cattedrale di nome Highbury, che purtroppo le nuove generazioni non visiteranno mai), per far spazio al gigantesco Emirates. Un contenitore da oltre 60 mila posti (il doppio rispetto al vecchio impianto dei Gunners) in grado di soddisfare il sempre più fluente “turismo da stadio” proveniente da oriente. Sorte simile è toccata adUpton Park (e qui mi piange il cuore), antico simbolo di una comunità legata interamente al quartiere e portabandiera di quel famoso motto ”I support my local team” che adesso dovrà fare i conti con ondate di “hammers italici”, pronti ad accaparrarsi un biglietto per sedersi sulle comode tribune del nuovissimo Olympic Park. Per non parlare dello Stoke City, che ha sostituito addirittura il nickname classico sopra la Main Entrance del Britannia Stadium con quello dello sponsor (Bet 365).

E siccome non c’è un limite al peggio, c’è persino chi è riuscito ad anteporre una sballata idea di business al buon senso. E così, una volta acquistato il Cardiff City nel 2012, l’imprenditore malese Vincent Tal decide di togliere il classico blu navy dalle casacche della squadra (dopo appena 104 anni!) in favore di un rosso acceso. Ma non solo: optò anche per un cambiamento del logo. Via il bluebird dallo stemma e dentro un dragone fiammante, con la scusa di una maggiore visibilità sul mercato asiatico. Un comportamento così scellerato da mandare in collera i sostenitori gallesi.

Infine, possiamo aggiungere che sulle sponde del Tamigi si vocifera da tempo di altre tre grandi società londinesi (Chelsea, Tottenham e QPR), in procinto di traslocare dai loro affascinanti nidi vittoriani verso nuovissime case moderne. Insomma, capite bene che per i romantici del pallone in terra d’Albione la vita comincia a farsi dura.

Oggi però, sono qui per raccontarvi la storia degli altri. La storia di coloro che hanno scelto di seguire la propria passione e non le valigette piene di sterline. La storia di chi al sabato pomeriggio ama ancora sentire l’odore umido dell’erba e non il dopo barba di ricchissimi calciatori. Tre esempi di amore incondizionato, che solo l’isola più tradizionalista del mondo poteva regalarci.
Wimbledon. Avevo già scritto del AFC Wimbledon, in un “Monday Night” di qualche mese fa interamente dedicato agli eredi lettimi della sgangherata gang che vinse a sorpresa la coppa d’Inghilterra del 1988.

In parole povere, nel lontano 2002, la dirigenza dell’allora Wimbledon FC decise di traslocare la sede del club a Milton Keynes, 100 miglia lontano dal quartiere di Wimbledon. Una scelta commerciale che ovviamente incocciò con la volontà dei tifosi gialloblu di continuare a giocare le partite casalinghe al “Kingsmeadow” e non nella contea del Buckinghamshire.

Capeggiati da Kris Stewart, un manipolo di supporters, fondò l’AFC Wimbledonseguendo l’inalienabile linea-guida tatuata nel cuore degli scissionisti: ” Formed by the fans, owned by the fans and run by the fans”. Ovvero “creata dai tifosi, di proprietà dei tifosi e condotta dai tifosi”.
Sono trascorsi circa 15 anni dalla nascita del nuovo club, e  l’AFC è salito dal fango della della Combined Counties League sino alla gloria della League One (il terzo gradino della piramide calcistica inglese) dove, udite udite,  quest’anno incontrerà proprio il Milton Keynes in quello che sarà il “derby” più assurdo e stravagante della storia del calcio. Se non è poesia questa …

Portsmouth. Maggio 2009. Ad un anno esatto dal successo di Wembley in finale di F.A.Cup contro il Cardiff (1 a 0, gol dell’ex interista Kanu) il club comincia a dare i primi segni di sbandamento.  Le perdite sono ingenti ed i rimedi inopportuni. In poco più di 10 mesi si succedono quattro proprietari tanto diversi quanto inefficienti.  Dallo sceicco Al –Fahim all’affarista di Hong Kong Balram Chainrai, passando per l’ennesimo emiro dal nome impronunciabile fino a giungere ad Andrew Androniku, incaricato di ridurre i costi da un’agenzia specializzata in insolvenze.

L’esser entrato in amministrazione controllata, costa al Portsmouth la bellezza di  9 punti di penalizzazione, ed il 10 Aprile 2010 è matematicamente retrocesso in cadetteria. Nel maggio dello stesso mese vengono resi noti i debiti del club: 119 milioni di pounds. Una cifra incredibile per un club medio basso. Un contraccolpo ingestibile anche sul campo, dove la squadra subirà la seconda retrocessione consecutiva precipitando senza onore in terza serie.

Con gli introiti ridotti a zero, le scadenze ravvicinate e la squadra poco incline al successo pareva ormai inevitabile il fallimento.

Il 10 aprile 2013, quando tutto sembrava ormai perduto, un’associazione di azionariato popolare dal nome Pompey supporters trust recupera i soldi necessari per acquisire la maggioranza del pacchetto azionario, salvandolo così dal fallimento e conservando in bacheca due titoli nazionali, due coppe d’Inghilterra ed una charity shield.

Al momento militano in League Two, ma l’auspicio per tutto il calcio anglosassone è che possano tornare al più presto dove meritano.

FC United of Manchester. Il 19 maggio 2005 vede la prima luce del sole anche loUnited of Manchester, nato dalla volontà di una cinquantina di tifosi “Red Devils”, desiderosi di staccarsi dalla Stretford End dell’Old Trafford per dedicarsi ad un calcio “più puro”. Si tratta infatti, di quell’ala dello stadio da sempre avversa alla proprietà americana guidata da Malcol Glazer, accusato di essersi impossessato del club in maniera poco nitida e di esser diventato il padre-padrone di un mondo che mai gli sarebbe appartenuto.

Le regole del Football Club United Of Manchester sono chiare: il club appartiene ai tifosi che hanno investito la quota stabilita dal board di 12 sterline all’anno. Lo statuto della società non prevede né la possibilità che un singolo tifoso possa acquisire l’intera società, né che gli eventuali guadagni siano ripartiti fra i possessori della membership. L’abbonamento costa solo 90 sterline, gli sponsor sono ben accetti purché non vengano inseriti loghi nella maglietta che quindi resterà per sempre  linda e semplice. Rossa, con il colletto bianco.

I “red rebels” (così vengono chiamati i giocatori della nuova squadra di Manchester), giocano i match casalinghi nel piccolissimo impianto di Broadhurst park. Un confettino da 4.400 posti a sedere, inaugurato nel 2015 con la prestigiosa amichevole internazionale contro il Benfica.

Attualmente i “ribelli di Manchester“ partecipano alla National League North, una sorta di categoria paragonabile alla nostra Promozione.

Il professionismo può attendere, mentre il sogno, quello di fare calcio stando lontani dal malefico mondo del business, beh quello è già diventato realtà.

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